Quando Giorgio La Pira seppe cosa fare

UN CONTRIBUTO DI ADOLFO LIPPI

Spesso dagli amministratori pubblici si sente dire: “ma che ci posso fare”?

Di fronte ai problemi che si pongono alle amministrazioni pubbliche due sono, nella realtà, le vie di fuga: o prospettare grandi, rivoluzionari piani (che rimangono poi sempre dei progetti irrealizzati) o darsi al burocratico trantran degli affari correnti.
Ma vi fu un sindaco, Giorgio La Pira, a Firenze che inventò un altro modo di fare amministrazione e politica. E questo qualche decennio fa e sembrano secoli, visti gli andazzi.


Su La Pira è appena uscito un prezioso libretto, edito e distribuito dal quotidiano La Repubblica. Il libro, sebbene ridotto, spiega dunque assai bene quale fu il modo, la maniera, la filosofia che sostennero il sindaco fiorentino. Egli, animato da una profonda e praticata fede in Gesù e nella Bibbia, ebbe, infatti, a scrivere: «Bisogna lasciare, pur restandovi attaccato col fondo del cuore, 1’orto chiuso dell’orazione: bisogna scendere in campo, affinare i propri strumenti di lavoro, riflessione, cultura, parola, lavoro ecc., altrettanti aratri per arare il campo della nuova fatica… trasformare le strutture errate della città umana, riparare la casa dell’uomo che rovina! Ecco la missione che Dio ci affida».
E di seguito: «L’impegno politico, cioè l’impegno diretto alla costruzione cristianamente ispirata della società in tutti i suoi ordinamenti, a cominciare da quello economico, è un impegno di umanità e di santità».

Così La Pira si gettò davvero nella mischia. Disse: «Vi sono disoccupati? Bisogna occuparli. Vi sono creature bisognose? Affamati? Assetati? Senza tetto? Ignudi? Ammalati? Carcerati? Bisogna tendere ad
essi efficacemente il cuore e la mano… Costruire una società cristianamente significa appunto costruirla in guisa che essa garantisca a tutti un lavoro, fondamentale alla vita, e, col lavoro, quel minimo di reddito necessario per il “pane quotidiano”. Cioè vitto, alloggio, vestiario, combustibile, medicine per sé e la propria famiglia».

Firenze, in quegli anni, aveva diecimila disoccupati, l’otto per cento di popolazione con un libretto di miserabilità, poi vi erano problemi di casa, di scuole, di ospedali. Che fare?
Scrive La Pira: «La sera, quando vado a letto… quando ero più giovane e non avevo contatti magari facevo delle preghiere… Adesso anche mi arrabbio». Ed arrabbiandosi, la mattina dopo, ecco il Sindaco farsi carico di tutti quei problemi.

Ed in buona parte li risolse facendo riaprire fabbriche dismesse, requisendo quartieri, elargendo non facili sussidi ma ridestando un’economia asfittica. Così passò come vento nuovo e non lo dimenticarono.

Non gli bastò. Egli di fronte alla guerra del Vietnam, di fronte alla divisione del mondo in blocchi contrapposti, ebbe ad inventare incontri pacificatori, raduni tra contrari o avversi, eventi che condussero a nuove impensate amicizie. Si parlò di lui, con lui, in tutto il mondo, dall’America alla Russia alla Cina.

Lo dissero “sindaco santo”. Ma non era un santo da santini. Fu un uomo pratico e positivo, un illuminato e un facitore di benessere, umano, terreno, materiale. Non è allora giusto né etico dire “che ci posso fare”? Si può fare di più, c’è gente fuori dalla porta di ognuno che aspetta una mano. Diamogliela.
di Adolfo Lippi

Adolfo Lippi (Viareggio 1940) giornalista, scrittore e regista. Formatosi in giornali quali ‘Il Telegrafo’ di Livorno e ‘Politica’ di Firenze si è trasferito ancora giovane a Roma dove ha collaborato a numerose testate tra cui ‘Il Mondo’. E’ stato regista di documentari, fiction, concerti e festival, firmando per la Rai diversi programmi. Ha diretto il film ‘Ottobre rosa’ e ‘ I ragazzi di Via del Corso’ e scritto varie opere teatrali. E’ stato consigliere di amministrazione dell’Ente Cinema
( Cinecittà ed Istituto Luce) e del Centro Sperimentale di Cinematografia.

Ti potrebbe anche interessare