Si è spento Don Luigi Sonnenfeld: ci lascia un grande amico, un grande uomo che ha impegnato tutta la sua vita per una Chiesa con le radici tra gli ultimi. Lo ricordiamo attraverso una lunga conversazione nel 2022.

Ripubblichiamo un articolo di Niclo Vitelli uscito sulla rivista Leasing Magazine nel 2022 sull’esperienza dei Preti Operai e di Don Sirio Politi ricostruita attraverso una lunga conversazione con Don Luigi Sonnenfeld

Se oggi un rider con un pacco in mano si presentasse a casa vostra vestito con una tonaca pensereste ad uno scherzo di carnevale. Molti decenni fa, nel passato secolo, quando Don Sirio Politi si presentò un mattino ai cancelli del Cantiere Picchiotti come un qualsiasi operaio, allora si gridò alla provocazione. Darsena operaia e padronale, scontro di classe, divisione ideologica, un bel po’ di anticlericalismo: ecco, quello era il clima. Tuttavia Don Sirio, che da allora ogni mattina andava in cantiere e al suo armadietto si toglieva l’abito di prete, indossava la tuta e poi andava a spazzare e pulire i gabinetti e i locali della fabbrica, fu accettato, divenne difensore dei diritti del lavoro. Non chiese nessuna considerazione particolare o condizioni di favore al padrone: anzi, spesso era in prima fila a rivendicare salari adeguati e diritti ma anche per trovare mediazioni utili al lavoro e all’impresa.

Come nella vicenda della commessa dei dragamine in legno che Picchiotti aveva preso dalla marina militare e ai quali, all’atto della consegna, il cantiere doveva fornire pure la bandiera di combattimento. Uno sciopero ad oltranza bloccò le attività ma a don Sirio venne una soluzione che consentì di sbloccare la situazione e consegnare i dragamine accendendo però la lampada della pace all’ingresso della Chiesetta del Porto. Non si era sindacalizzato, era equo nei giudizi sui partiti, senza fare sconti a nessuno: uno spirito anarchico insomma che seguiva la sua Fede che era forte e convinta e non andava troppo d’accordo con quella ufficiale, dove ordine, gerarchie, regole, dottrina e potere erano prioritari. Ai comunisti che lo canzonavano perché credeva in qualcosa che non c’era Don Sirio rispondeva così: “se mi dimostrate che c’è qualcosa e qualcuno di più meritevole in cui credere che Gesù, sono pronto a lasciare tutte le mie convinzioni”. Don Sirio è stato uno dei maggiori protagonisti del movimento dei Preti Operai in Italia.

Ne parlo a lungo con don Luigi Sonnenfeld che è stato un suo allievo e ha fatto parte di quel nucleo di collaboratori più stretti: Don Rolando, Don Beppe Socci, Don Beppe Pratesi. I preti operai, o come meglio l’identifica la loro rivista i “Pretioperai”, a significare un concetto non divisibile e due connotazioni non alternative, sono presenti fin dalla fine dell’ottocento e sviluppano la loro maggiore presenza e consistenza organizzativa in Francia, in Belgio, in Germania, in maniera meno estesa in Italia. Il movimento nasce come risposta ai cambiamenti economici e produttivi, all’affermarsi della grande fabbrica capitalistica fordista taylorista e come esigenza di tanti preti di stare tra la gente comune, a partire da coloro che con le loro braccia e con le loro abilità creano valore ogni giorno, danno concretezza alle loro abilità intellettive, alla loro immaginazione e alla loro creatività.

E’ una esigenza che però aveva anche una forte motivazione di cambiamento: nei confronti di una Chiesa che si stava sempre più allontanando dalla realtà, dai veri problemi della gente. Una Chiesa dove le gerarchie avevano finito per ridurre la Fede a sommatoria di regole, a norme di comportamento, a un complesso di liturgie formali. Una Chiesa che si era fatta connivente e a sostegno del Potere, dimenticandosi che i Vangeli non sono altro che un racconto di vita, della vita di Gesù che si fa uomo partendo dagli umili, dalla gente comune. Gli anni cinquanta sono anni difficili, di uscita dalle macerie della guerra, di ricostruzione del Paese ma anche di divisioni, di scelte di campo, di un aperto intervento delle gerarchie a sostegno della scelta di atlantica, dell’anticomunismo e del sostegno aperto alla Dc. Viareggio è segnata da questi conflitti e da questi muri che impediscono il dialogo, il confronto, la frequentazione reciproca. Sono gli anni in cui Don Sirio è incuriosito e preso dalla spiritualità, da una religiosità contemplativa e da Gesù povero, che sta tra la gente: ecco perché guarda con preoccupazione e con sempre maggiore insofferenza a quella Chiesa che invece considera il Cristo in termini di potere, che lo assimila ad un Re come si canta nelle messe.

La vita e l’evoluzione del pensiero di Don Sirio sono determinate da alcuni episodi che nel 1944 ne segneranno in maniera inequivocabile il percorso: dalla parrocchia di San Frediano di cui era cappellano il brusco rientro a casa sua a Capezzano perché sconvolto dall’eccidio avvenuto a Lucca, poco fuori delle mura, di Don Aldo Mei. Poi è spinto verso la parrocchia di Bargecchia dopo che il suo parroco, Don Giuseppe del Fiorentino era stato arrestato e poi fucilato dai tedeschi a Filettole. A Bargecchia Sirio ha modo di dare sfogo alla sua grande, nascosta creatività artistica: nella chiesa dipinge infatti l’abside con un Gesù dalle caratteristiche umane; conosce ed ospita un prete medaglia d’oro per aver salvato numerosi ebrei dalla deportazione, con il quale stabilirà un fecondo rapporto. A metà degli anni 50 in epoca di scomunica ai comunisti, le gerarchie impongono all’amico di imbarcarsi su una nave che fa spola con l’America Latina affidandogli il compito di assistere, senza poter sbarcare, gli immigranti italiani in cerca di un lavoro e di condizioni di vita migliori. Sirio ne rimane colpito e vuole seguirne l’esempio: l’allora Vescovo di Lucca , però,  non glielo consente.

Sirio pensa allora di stabilirsi nella Darsena marittima e operaia di Viareggio, la piccola Stalingrado come veniva allora chiamata, trasferendosi su un barcone, stimolato da quelle esperienze dei navigli sulla Senna che facevano trasporto di merci varie: vorrebbe infatti acquistarne una e farne la sua residenza. In realtà c’è un piccolo capannone proprio al Moletto Sanità riservato all’attracco delle barche con bandiera gialla, quelle dove era ordinata la quarantena. Nel piccolo capannone era stata realizzata e messa in funzione permanentemente una grande stufa a legna: allora la scienza riteneva che il fumo e l’affumicazione costituisse un efficace rimedio per la disinfestazione. Nel locale avevano trovato dimora la Primetta, una prostituta molto malata e sua figlia. Sirio cominciò a lavorare per la compagnia portuale come giornaliero e riuscì a trovare una abitazione alla Vetraria per Primetta e sua figlia e chiese al Demanio di poter realizzare in quel luogo una chiesetta.

Dopo il periodo di operaio addetto alle pulizie per il cantiere Picchiotti Sirio divenne tracciatore al Cantiere Itoyz. Nel 1959 l’editto del Vaticano obbligò i preti impegnati nell’esperienze lavorative a scegliere se stare nella chiesa o se fare gli operai fuori dai voti. Sirio decise, non senza sofferenze e una grande amarezza e dopo tre giorni di meditazione in un rifugio isolato sulle Apuane, di rimanere nella Chiesa. Fu nominato insegnante di religione ed è proprio in quel periodo che nacque l’amicizia con Don Rolando parroco di Nozzano e insegnante di religione al Liceo delle Mantellate di Viareggio. Rolando aveva una spiccata sensibilità verso il lavoro operaio: era stato cappellano a Bozzano ai primi tempi dell’Apice la fabbrica di scarpe dei Rontani. I due pensarono di chiedere al vescovo di Lucca l’autorizzazione a costituire una piccola comunità. Alla fine di un tira e molla tutt’altro che semplice, fu decisa l’autorizzazione alla nascita della Parrocchia Nuova della Natività a Bicchio e alla formazione di una comunità di uomini e donne: Don Sirio, Don Rolando e Maria Grazia che veniva da Roma. Fu trovata una casa per le attività in via Bozzana grazie ai Fratelli Pezzini e lì si cominciò un’attività agricola e di allevamento animali. La comunità era frequentatissima da seminaristi, ricercatori, missionari: Don Sirio era un operaio ma anche un teorico, una mente aperta alle riflessioni più ampie ed elevate sull’uomo, sulla fede, sul rapporto con le istituzioni e poi successivamente sui temi della pace, della lotta per il disarmo ed era una dei più eminenti leder del movimento.

Luigi ricorda la sua delusione dopo i primi due anni di seminario: una scelta che gli sembrava fosse stata sbagliata. La vita del prete lo spaventava, ma più di tutto lo spaventava quella consuetudinarietà di regole, di azioni codificate, di norme da seguire… Poi incontrò Rolando che un giorno lo caricò sulla sua vespa e lo portò a Viareggio alla Chiesetta del Porto. “Ebbi subito un incarico: condurre una barca a remi per il porto portando a spasso un prete di Milano ospite di Sirio”. Luigi pensò che dalla padella si poteva anche cadere nella brace! Ma il suo animo si aprì all’ora di pranzo, quando nella saletta attigua alla Chiesa attorno ad una tavola trovò diverse persone: un pescatore, un mezzo matto, un uomo che passava per caso di lì, due donne. Era la normalità, una vita sociale, una reciprocità, un continuo parlare, ascoltarsi e capirsi.

Prima della partenza un lungo discorso di Sirio in privato, di cui Luigi non capì niente ma oramai la scelta era fatta: fuori dagli schemi, da regole sdrucite e logore, di breviari e di giornate già tutte programmate, la Comunità, la vita tra gli altri e con gli altri, la fede che  si umanizzava, i Vangeli che riportavano l’apostolo tra le moltitudini e soprattutto accanto a chi soffre, ai diseredati, a chi ha problemi, a chi la società ha tolto tutto, per dispensare  misericordia e lavoro, per godere della reciprocità. Così Luigi da mezzo ingegnere diventò assistente: mentre Rolando lavorava e plasmava con la forgia, lui gli doveva tenere il ferro con le tenaglie, poi agricoltore provetto, dando da mangiare agli animali, occupandosi della pressatura della paglia, della trebbiatura.

Siccome la lettera di incarico del Vescovo non arrivava Luigi per 16 anni dedicò anima cuore e tutto se stesso alla vita e al lavoro in comunità. Ai primi anni 70 la Comunità di Bicchio entrò in crisi e nel 72 si chiuse. La Chiesetta del Porto allora era abitata da Don Miro che sarà parroco al Varignano: Sirio veniva la notte assieme ad altri preti che vi dormivano. Quella comunità però non si esaurì ma riprese vigore sotto nuove impostazioni, attraverso un’altra esperienza che era quella dell’assistenza e del recupero lavorativo di soggetti con handicap più o meno gravi e poi di tossici. Successivamente dopo il positivo avvio, per non rimanere solo nella pura assistenza ma per valorizzare anche economicamente quelle esperienze, l’idea di comunità si coniugò con quella di cooperazione.

Fu proprio Luigi a spingere verso questo approdo: si creò la Crea e l’Associazione Arca di cui Don Beppe Socci fu uno dei principali animatori. La cooperativa ebbe modo di utilizzare un importante nucleo  di obiettori di coscienza.  Mentre le attività si ampliavano e cresceva il numero dei ragazzi che diventavano soci, gli spazi si riducevano e diventavano insufficienti e le stesse attrezzature erano piccole e limitate al settore del ferro. Ci fu poca disponibilità degli Enti pubblici verso la realtà giovanile e dell’aggregazione e poca attenzione nei confronti di quell’importante esperienza che stava nascendo e si stava irrobustendo. La svolta venne quando si decise di acquistare un capannone in via Virgilio e anche quando l’Asl decise di avviare l’esperienza del Ceser dedicata ai servizi di recupero dei malati mentali, dei tossici e dei bambini con problemi, la cui direzione e l’equipe di operatori psicologi, pedagogisti stimolarono la Crea a allargare i corsi di apprendimento lavorativo alla ceramica e ad accogliere molti degli assistiti che in tal modo potevano uscire dalla scuola speciale.

Luigi fece a quel tempo la scelta di contribuire alla creazione di una attività artigianale in Etiopia, avviando al lavoro orfani e per la realizzazione di una loro propria attività artigianale. In Etiopia passò sei anni impegnato in questo obiettivo di recupero, addestramento, formazione ed emancipazione lavorativa. Cosa resta oggi di quella comunità e di quell’esperienza dei preti operai a Viareggio? Una cooperativa importante associata a Legacoop Toscana con oltre 200 soci lavoratori che svolge un’attività in diversi Comuni versiliesi, una rivista del movimento- Pretioperai – una vicenda importante e significativa per la città di Viareggio che molto spesso dimentica la propria storia o non fa granché per trasmetterla e farla conoscere ai ragazzi e ai giovani.

Luigi getta uno sguardo sull’oggi, sulla società dove il lavoro manuale è stato integrato o in alcuni casi interamente sostituito dall’automazione e dove i vecchi mestieri si stanno ormai perdendo. Riflette a voce alta sulle contraddizioni di questa società a partire dalla questione climatica e ambientale, a quella dei giovani e delle donne e cita alcuni aspetti delle encicliche e del pensiero di Papa Francesco sui nuovi schiavi, sulle moltitudini di persone che non hanno cibo sufficiente, né acqua né vestiti e , all’opposto, la vita dello spreco e del consumo ossessivo delle grandi città.

Un pensiero va alle guerre e agli odi raziali che sono tutt’altro che sopiti ma anche ai grandi dislivelli sociali. “Quella che stiamo vivendo non è semplicemente un’epoca di cambiamento ma un cambiamento d’epoca” dice Papa Francesco e, ancora, “non basta più indossare un nuovo vestito e rimanere come eravamo prima”. E Luigi sa che il pensiero di Francesco cozza contro una modalità organizzativa della Chiesa che è rimasta sostanzialmente la stessa di decenni or sono e che fatica a riformarsi; di preti che guardano solo all’ordine e alle gerarchie e si limitano a recitare una liturgia che non riesce più ad affascinare, a dare un senso di fede al futuro, di preti che hanno confuso la propria missione evangelica con una semplice e ripetitiva professione.

Sarebbe necessario un grande Sinodo, una grande riforma di mezzi e mansioni, un nuovo movimento che sia in grado di riaprire dialoghi, di valorizzare i lavori e la socialità, le aggregazioni, a ricostruire nuove comunità… I giovani devono prendere questa bandiera e tornare ad essere protagonisti del loro l futuro  e di quello della società!

Niclo Vitelli

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